Case della comunità: servono personale, servizi e trasparenza
Il dibattito sulle Case della Comunità rischia di imboccare una strada sbagliata: quella della contrapposizione tra professioni sanitarie e organizzazioni sindacali, come se da una parte ci fossero coloro che vogliono innovare e, dall’altra, chi intenderebbe frenare il cambiamento.
La Fp Cgil non è contraria alle Case della Comunità. Al contrario, le considera una delle opportunità più importanti per rafforzare la sanità territoriale, garantire una presa in carico continuativa delle persone e avvicinare i servizi ai cittadini. Proprio perché crede in questo modello, non può accontentarsi delle inaugurazioni o del numero delle sedi formalmente aperte. Una Casa della Comunità non è semplicemente un edificio ristrutturato nel quale trasferire servizi già esistenti. E non coincide nemmeno con l’intera sanità territoriale. Il territorio comprende l’assistenza domiciliare, i medici di medicina generale, i servizi sociali, la salute mentale, i consultori, la prevenzione, le cure palliative e il lavoro svolto nei piccoli Comuni e nelle aree interne. Concentrandosi soltanto su ciò che avviene dentro le nuove strutture, si rischia di dimenticare tutto il mondo che resta fuori: anziani soli, persone con patologie croniche, cittadini che rinunciano alle cure e territori nei quali raggiungere un servizio sanitario continua a essere difficile.
I dati ufficiali invitano alla prudenza. Secondo l’ultimo monitoraggio nazionale Agenas, aggiornato al 31 dicembre 2025, in Italia erano state programmate 1.715 Case della Comunità. Di queste, 781 risultavano avere almeno un servizio attivo, ma soltanto 66 — meno del 4% — dichiaravano attivi tutti i servizi obbligatori, compresa la presenza medica e infermieristica conforme agli standard del decreto ministeriale 77. In Friuli Venezia Giulia il monitoraggio indicava 32 strutture programmate e 30 con almeno un servizio attivo. Tuttavia, soltanto 12 dichiaravano una presenza medica conforme agli standard e 10 una presenza infermieristica adeguata. Nessuna risultava avere contemporaneamente tutti i servizi obbligatori e la presenza medica e infermieristica prevista dal DM 77.
Sono dati riferiti alla fine del 2025 e possono certamente essere stati superati. Proprio per questo, se gli ordini professionali dispongono di informazioni più recenti e sostengono che le Case della Comunità stiano già producendo risultati significativi, sarebbe utile renderle pubbliche e confrontabili. Le buone notizie vanno date fino in fondo.
A questo punto ai cittadini dovrebbe essere spiegato quanti infermieri di famiglia e di comunità, fisioterapisti, tecnici, Oss, assistenti sociali e amministrativi siano stati effettivamente assunti in più; quanti siano dipendenti pubblici e quanti lavorino attraverso appalti, cooperative o altri rapporti esternalizzati; quanti operatori siano stati invece trasferiti da servizi territoriali già esistenti. Dovrebbe inoltre essere chiarito quante persone con malattie croniche siano state prese in carico attraverso nuovi percorsi assistenziali, con quali modalità e con quale frequenza vengano seguite. Sarebbe utile conoscere quali risultati siano stati ottenuti nella riduzione degli accessi impropri ai Pronto soccorso e, in particolare, dei codici a bassa complessità; quali apparecchiature diagnostiche siano state acquistate e risultino realmente utilizzabili; come siano stati coinvolti i Comuni, il terzo settore, le associazioni e le comunità locali; quali attività di prevenzione e promozione della salute siano concretamente iniziate.
Porre queste domande non significa ostacolare la riforma. Significa chiedere che venga valutata sulla base dei servizi aggiuntivi garantiti ai cittadini, non soltanto attraverso il numero delle sedi aperte.
Gli ordini professionali e le organizzazioni sindacali hanno funzioni differenti, entrambe importanti. Gli ordini tutelano la qualità e la correttezza dell’esercizio professionale e l’interesse pubblico connesso alle professioni rappresentate. I sindacati devono contrattare l’organizzazione del lavoro, gli orari, i turni, le responsabilità, la sicurezza e il trattamento economico. Non si tratta di rivendicazioni separate dall’interesse dei cittadini: sono le condizioni che rendono possibile l’erogazione dei servizi. Una presenza sanitaria sulle ventiquattro ore non si realizza con una dichiarazione, ma organizzando turni sostenibili. Una vera équipe multiprofessionale richiede personale sufficiente, responsabilità definite, protocolli condivisi e sistemi informatici funzionanti. La presa in carico della cronicità richiede tempo di lavoro, continuità e collegamenti effettivi tra ospedale, territorio, domicilio e servizi sociali.
Alla Fp Cgil stanno arrivando segnalazioni che meritano una verifica puntuale. In diverse realtà, per garantire l’apertura delle Case della Comunità, il personale sarebbe stato spostato da servizi territoriali già operativi, con una conseguente riduzione delle attività precedenti e ritardi nella continuità assistenziale. In alcune sedi l’unico medico presente avrebbe incontrato difficoltà persino nel collegarsi ai sistemi informatici, dovendo registrare manualmente le prestazioni e utilizzare ricette cartacee. Accanto a strutture ampie e rinnovate rimarrebbero, quindi, spazi e potenzialità ancora largamente inutilizzati. Se queste situazioni venissero confermate, ci si troverebbe di fronte non a un rafforzamento del territorio, ma a una semplice redistribuzione della carenza. Spostare un lavoratore da un servizio all’altro non aumenta l’offerta sanitaria: rischia soltanto di scoprire una parte della rete per coprirne formalmente un’altra.
Non è un problema soltanto regionale. I numeri Agenas mostrano che in tutta Italia esiste una forte distanza tra la realizzazione delle strutture e la loro piena operatività. La stessa Agenzia ha recentemente ribadito che i nuovi edifici non bastano e che servono modelli organizzativi capaci di far lavorare realmente insieme medici, infermieri, specialisti, professionisti sanitari, assistenti sociali e servizi delle comunità.
Anche la riapertura del confronto tra Regione e sindacati dei medici di medicina generale, con l’obiettivo annunciato di avviare il loro ingresso nelle Case della Comunità entro ottobre, dimostra che la contrattazione può aiutare a trovare soluzioni. Il confronto non è un ostacolo: è lo strumento attraverso il quale devono essere stabiliti fabbisogni, priorità, orari, carichi di lavoro e responsabilità.
Per uscire dalla contrapposizione, la Fp Cgil propone una scelta semplice: pubblicare periodicamente, per ogni Casa della Comunità, un quadro trasparente del personale effettivamente aggiuntivo, dei rapporti di lavoro, degli orari garantiti, dei servizi attivi, degli utenti presi in carico, dei tempi di attesa e dei risultati prodotti. A questo deve affiancarsi un vero piano regionale delle assunzioni e un tavolo permanente che coinvolga Regione, aziende sanitarie, professionisti, organizzazioni sindacali, Comuni, associazioni e cittadini.
Le Case della Comunità non hanno bisogno di tifoserie, divisioni corporative o contrapposizioni politiche. Hanno bisogno di persone, risorse, organizzazione e trasparenza. Segnalare le criticità non significa resistere all’innovazione: significa impedire che una grande opportunità per la sanità pubblica rimanga soltanto un’insegna sopra edifici nuovi.
Andrea Traunero, segretario generale Cgil Fvg
